Wayne Hamilton, ultima vittima del Manx GP

Nell’affascinante mondo del motociclismo c’è un posticino occupato da una categoria poco conosciuta: le Road Racing. Si tratta di corse su strada, per le vie dei paesi, tra case e colline; circuiti creati semplicemente chiudendo le strade al normale traffico e lasciando sfrecciare le moto a velocità “da pista”.

La culla di queste competizioni è l’Irlanda, che ospita gare in luoghi remoti come Armoy, Cookstown, Skerries, Kells, ma anche le più note Northwest 200 e Ulster GP. Altra madrepatria delle Road Racing è la vicina Isola di Man, famosa per la Manx GP e la Southern 100, ma soprattutto per il famigerato e leggendario Tourist Trophy.

Quello delle Road Racing è un mondo che corre parallelo e un po’ isolato rispetto alle altre categorie più pubblicizzate e seguite; in Italia, ad esempio, non esiste la cultura delle corse su strada e anche gli stessi media sono spesso reticenti a parlarne. Ma è un mondo assolutamente affascinante, genuino e avvolto in una vera e propria aura di “mito e pericolo”…

Qualche settimana fa, passeggiando per le strade che di lì a poco sarebbero diventate il “circuito” dell’Ulster GP, osservavo le protezioni che vengono utilizzate in queste gare: sacchi, balle di paglia ed air fence attorno ai pali e agli alberi potenzialmente più pericolosi…Tutto qui. La cosa mi ha lasciata un po’ perplessa: i requisiti di sicurezza ci sono, certo, ma sono piuttosto limitati; vie di fuga e protezioni concepite per altre categorie sono davvero impensabili. Ma, del resto, se si dovesse proteggere metro per metro l’intero percorso, cadrebbe il senso delle Road Races…

Gli incidenti, poi, qui non perdonano. Dopo botti spaventosi c’è chi, come in altri sport, rimane segnato fisicamente e psicologicamente; e chi invece torna, come il “miracolato” e ammirabile Conor Cummins, che dichiarò di non poter resistere lontano dalle corse, di non poter vivere con il rimpianto di quello che avrebbe potuto fare.

E’ questa la vera passione. E’ vedere piloti che un momento prima della partenza stringono le ultime viti della carena, o attraversano il paddock con il carrellino delle gomme e la tuta in spalla e che si fermano volentieri a scambiare quattro chiacchiere con i tifosi: dal veterano John McGuinness al giovane Michael Dunlop (nipote del più famoso Joey), dal sempre indaffarato Ryan Farquhar al nuovo divo Guy Martin, ancora poco abituati alla folla venuta apposta per loro.

Ma quello che impressiona veramente è vederli poi sfrecciare a velocità pazzesche sulle strade di paese, sfiorando marciapiedi, case e alberi. Tutto questo è davvero difficile da dimenticare: camminare nell’erba alta per spostarsi da un punto all’altro del circuito, stare in silenzio per capire a quale curva si trovano le moto e subito dopo vedersele sfrecciare a meno di un metro di distanza… Queste sono le Road Racing, questo è stato per me l’Ulster GP.

E poi c’era lui. Wayne Hamilton. Vent’anni, incollato come un’ombra al veterano Ryan Farquhar, curva dopo curva, velocissimo sulla sua Supertwin. Una stella nascente, uno dei piloti predestinati ad essere il futuro delle Road Racing. Fino a ieri pomeriggio. Fino al terribile incidente alla Manx GP, 13° miglio, Kirk Michael. Fine.

E allora ti chiedi: è giusto?  Sono tanti i detrattori di queste gare, coloro che le vorrebbero abolire anche per via delle numerose vittime. E’ giusto continuare questo pericoloso gioco?

Sì, è giusto.  Perché chi decide di disputare una gara del genere è consapevole di ciò che sta facendo, di ciò a cui può andare incontro. E se lo fa è solo per passione, per vera passione.

*Articolo scritto da Marta Covioli

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